In quanti modi si può dire cip e bau.

Fonte: www.repubblica.it

GLI uccellini non fanno tutti “cip”. Così come i cani non fanno tutti “bau”. Provate a convincere un turco che la gallina fa “coccodé”, e vi guarderà come se foste pazzi. E’ inevitabile: lingue diverse, versi diversi. Le “parole” degli animali vengono replicate in modo differente a seconda dei diversi Paesi. Lo certifica uno studio in progress di un professore dell’Università di Adelaide, Derek Abbott, direttore del Centro di ingegneria biomedica presso la School of Electrical&Electronic Engineering dell’ateneo australiano. Che si è divertito (ma sarà poi così divertente?) a realizzare uno studio comparato per vedere in che modo fa “miao” il gatto danese, come si traduce “bau” in svedese. Non pago delle centinaia di sillabe catalogate, Abbott si è occupato anche di come cambiano, a seconda della lingua, i comandi impartiti agli animali. Infine, con quali nomignoli gli animali domestici vengono chiamati nei diversi Paesi del mondo.

Partiamo dalla prima ricerca, “Animal Sounds”. Ne emergono indicazioni significative. Il “cip” dell’uccellino italiano diventa “pip-pip” in Danimarca, “tjiep” in Olanda, “cheep” o “chirp” o “chirrup” o “peep” in Gran Bretagna, “cui-cui” in Francia, “pii-pii” in Giappone e “fiyt-fiyt” in Russia. Per citarne solo alcuni. Le fusa del gatto, invece, diventano “doromb” in Ungheria, “goro-goro” in Giappone, “hrr” in Finlandia.

Più articolato il “chicchirichì” del gallo: “cock-a-doodle-doo” in Gran Bretagna, “kukko-kiekku” in Finlandia, “ko-ke-kok-ko-o” in Giappone. Se poi vi pungesse vaghezza di scoprire come si dice “bau” nel resto del mondo, sappiate che il “waf waf” olandese diventa “yap yap” (ma anche “arf arf”) in Gran Bretagna e “kian kian” in Giappone. La rana, invece, fa “cra-cra” o “kra-kra” quasi in tutto il mondo, così come il calabrone si fa riconoscere nei due emisferi con il suo “buzz” o “bzz” (è dura farsene una ragione, ma i calabroni giapponesi, invece, fanno “boon boon”).


Lo studio di Derek Abbott si traduce in uno strumento di utilità quotidiana nel caso degli “Animal Commands”, ovvero cosa dire agli animali per impartire loro dei comandi. Metti caso uno si trova a guidare un calesse a Budapest: inutile a dire “vai”, per far aumentare la velocità al cavallo. Bisogna incitarlo con un “rà-rà”, o (sempre che riusciate a pronunciarlo) “gyi”, sennò nemmeno vi sente. Se cavalcate nella steppa siberiana, urlate al destriero “poshlà”, e filerà come il vento. A Tokyo, nessun cane vi risponderà a un banale “vieni qui”: ditegli piuttosto “wan chan oide”. Inutile il “pussa via” per il gattaccio svedese: usate “shas” e ve lo toglierete dai piedi.

Terzo e per ora ultimo capitolo della ricerca, quello dedicato ai “Pet Names”, ovvero i nomi che più di frequente vengono assegnati agli animali domestici o con i quali vengono indicati (ad esempio ai bambini) gli animali esotici. L’italiano Pussi (per il gatto) corrisponde al francese Felix, al finlandese Kisu, allo spagnolo Micifus. Non brillano per originalità gli inglesi, affezionati (per i cani) a Lassie, Spot, Fluffy. In Spagna – stando a quel che scrive Abbott – le oche si chiamano Pascual, mentre per il canguro sembra inevitabile Skippy, così come per l’elefante non si può fare a meno di Dumbo.

Fin qui, solo una minima parte del materiale raccolto. Ma altro ne verrà. “Per favore – scrive il professor Abbott sul sito dell’università – se avete da fare correzioni, commenti, e soprattutto aggiunte, mandatemi una e-mail. Ogni nuovo contributo sarà benvenuto”.